Ma io ho la “pelle dura”

Quante volte ci è capitato di raccontarci di avere la “pelle dura”, la “corazza spessa”, le “spalle larghe”?
Ci sono momenti di vita in cui ci sentiamo irrequieti a causa di una preoccupazione per noi stessi o per un nostro caro, ci colpevolizziamo per una relazione finita male, ci sentiamo particolarmente esposti e vulnerabili perché riteniamo di essere vittima degli eventi. È naturale sperimentare difficoltà nella vita, può però capitare che arriviamo al punto in cui ci accorgiamo che gli eventi attorno a noi stanno prendendo una piega tutta loro e noi ci sentiamo assolutamente impotenti, ci sentiamo come se non potessimo far nulla per cambiare le cose.

Il benessere psichico incide profondamente sulla nostra qualità di vita, sulle nostre relazioni e, più in generale, sul nostro “stare al mondo”. E allora ci capita di dire: “È vero che la vita è dura, ma io so essere più duro”. Questo è un modo, naturale e legittimo, che l’essere umano adopera per difendersi dalla sofferenza, per non entrare in contatto con quella fragilità peculiare, intima, che caratterizza ciascuno di noi, dal primo all’ultimo, dal più giovane al più anziano, dal più piccolo al più grande.

Riuscire a contattare le nostre paure, le nostre debolezze, ci costa tanta più fatica quanto più le sentiamo a noi vicine, talvolta così vicine da diventare pericolose. È proprio quello il momento in cui tentiamo di dare un “colpo di reni”, di fare un mossa reattiva per toglierci d’impaccio, per liberarci da una condizione scomoda, per rialzarci e riprendere a vivere come se nulla fosse. Un po’ come se fossimo fatti di gommapiuma, nell’illusione che nessuno – né gli altri né tantomeno noi stessi – si sia accorto e si possa accorgere della nostra fragilità. “Mi piego, ma non mi spezzo”, ci piace raccontarci.

Tuttavia, col passare del tempo, scopriamo che a forza di piegarci non diventiamo più forti, al contrario, ci accorgiamo del fatto che cadiamo sempre nelle stesse difficoltà, che le situazioni e le persone cambiano ma noi ci comportiamo nello stesso modo: allora diamo la colpa agli altri, agli eventi, alla vita. Costruiamo la nostra corazza impenetrabile e ci diciamo: “mi spiace ammetterlo, ma io sono così, e non cambierò mai”.

Ma è proprio così?

Se sentiamo che dovremmo essere diversi da quello che siamo – e proprio non riusciamo ad esserlo – significa che non stiamo poi così bene con noi stessi, vuol dire che internamente soffriamo. Certo, ci costa infinitamente ammetterlo e non vorremmo mai darlo a vedere a nessuno. Questo sentimento cela, però, il desiderio di essere diversi da come siamo, e il desiderio è un elemento vitale, dinamico, il motore in grado di mettere in atto un cambiamento.

Riuscire ad ammettere – prima di tutto a noi stessi – che possiamo avere delle difficoltà è il primo passo del percorso nella direzione della cura di sé e della propria salute, sia organica che psichica. Questo perché il benessere fisico e quello psichico sono due concetti mai completamente scindibili: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, infatti, il concetto di salute è definito come uno “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia”.

Un lavoro su di sé non è mai facile, né tantomeno agevole. Questo perché comporta il mettersi in discussione e l’ammettere che non ci bastiamo da soli, che abbiamo bisogno dell’altro per vivere dignitosamente e che le nostre fantasie di onnipotenza sono inevitabilmente destinate, prima o poi, a scontrarsi duramente con la realtà. Tuttavia, entrare in contatto anche con questa parte di noi delicata e sensibile, vederla, sostarvici, è la condizione fondamentale per dare vita a una trasformazione, per acquisire la capacità di vedere noi stessi, le nostre relazioni fondamentali, la nostra vita, da un altro punto di vista, da una prospettiva nuova, fresca e sufficientemente ampia da concederci lo spazio necessario per muovere verso un cambiamento. Tale spazio si crea attraverso la relazione terapeutica: tentare di formulare pensieri e parole in solitudine può essere frustrante e faticoso, farlo insieme ad un professionista della relazione, invece, apre alla possibilità di osservarsi e, finalmente, di comprendersi.